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chloe moretz

LOS ANGELES – Arriva il nuovo Carrie, seconda versione cinematografica del celebre romanzo di Stephen King dopo il cult movie di Brian De Palma del 1976. Il film, diretto dalla regista Kimberly Peirce, uscirà in Italia domani con la Sony. Il ruolo iconico di Carrie (Sissy Spacek nel film di De Palma), la ragazza bistrattata dai compagni di scuola e con una madre fanatica religiosa (Julianne Moore nel nuovo film), che scopre con la pubertà di avere poteri paranormali che usa per vendicarsi delle umiliazioni subite, spetta a Chloe Grace Moretz, 16 anni, una delle più promettenti nuove leve di Hollywood, che con questo ruolo viene consacrata reginetta dell’horror: a meno di 7 anni faceva la bambina di Amityville Horror, passando per la vampira assetata di sangue in Blood Story e la lupa mannara in Dark Shadows, la Moretz sembra perfettamente a suo agio in film che forse non avrebbe ancora l’età legale per vedere.

IL TRAILERLE FOTO

Unica figlia femmina con quattro fratelli maschi, Chloe ha cominciato a recitare a 5 anni e da allora non si è mai fermata: Hit-Girl nel delizioso Kick Ass, protagonista del premiatissimo Hugo Cabret di Scorsese, ha almeno quattro film in lavorazione. La ragazza non va a scuola ma studia a casa con un tutor, come Carrie, e si è sempre tenuta alla larga da party, droghe e follie in cui sono cadute tante giovani attrici della sua generazione.

Il 16 gennaio esce la nuova versione del romanzo di Stephen King che ha per protagonista una ragazza maltrattata dai compagni di scuola che finisce per vendicarsi. È solo una delle tante protagoniste femminili di horror in cui la vittima diventa carnefice da The Ring all’Esorcista
Chloe, la tua famiglia sembra avere un ruolo molto importante nella tua vita, vero?
“Mia mamma ha sempre dedicato a noi figli tantissimo tempo, è stata davvero presente e ci ha difesi, aiutati, e sorretti. Mio fratello Trevor è il mio insegnante di recitazione e mio partner nelle produzioni. E’ per lui che mamma si è trasferita a New York quando ero piccola e da allora noi tre siamo sempre vicini. A volte stiamo fuori anche per 6 mesi, ma cerchiamo di passare le feste importanti con il resto della famiglia”.

A proposito della tua educazione, perché hai deciso di studiare a casa con un tutore?
“L’ho deciso perché avevo cominciato a lavorare così tanto che non potevo stare in una scuola normale, i ragazzini non mi capivano, non capivano perché mi allontanassi sempre; gli insegnanti mi criticavano, le altre madri pure. Non valeva la pena restare a scuola e affrontare questo dramma quotidiano ed essere sotto i riflettori, subendo il giudizio degli altri. Invece così ho imparato più in fretta e più a fondo”.

Sei diventata la reginetta dell’horror eppure hai un’aria così solare: cosa ti attrae in questi film?
“Trovo divertente fare film paurosi, e mi piace andare al cinema a vederli con i miei amici. Per me recitare è diventare qualcuno che non sono. Essere una ragazza vulnerabile, abusata, confusa, manipolata dagli altri e persa nel mondo è qualcosa che non ho mai sperimentato nella mia vita, per questo lo trovo eccitante. Preferisco diventare una ragazza agli antipodi di quel che sono io piuttosto che fare Chloe”.

Carrie si chiama Chloe Grace Moretz, 16 anni e già reginetta dell'horror

Chloe Grace Moretz in una scena di “Lo sguardo di Satana”
Come è andata con Carrie?
“Come lei anche io mi sento a disagio con i miei coetanei, sono sempre stata circondata da adulti nella mia vita. Carrie si guarda sempre alle spalle, non si sente sicura con i ragazzi, e per me è la stessa cosa, non so come comportarmi”.

C’è stata una scena da interpretare che ti ha creato problemi?
“Quella della doccia, tre giorni bagnata con l’asciugamano rosso e freddo addosso. Urlavo urlavo e mamma si è dovuta allontanare dal set perché continuavo a gridare “mamma aiutami” e lei non ce la faceva a sentirmi così disperata. E la scena della morte di mia madre, giorni e giorni di riprese, avevo la pelle bruciata dalle lacrime, non ce la facevo più. Ho pianto per una settimana”.

Che differenza hai trovato nel lavorare con un regista uomo e una donna come Kimberly Peirce?
“Lavorare con Kimberly è stato davvero intenso. Una delle maggiori differenze che ho trovato lavorando con una donna è la minore “sessualizzazione” del personaggio: un uomo magari mi avrebbe voluta con più trucco o più pelle scoperta. Una donna ti lascia con meno make up, più grigio nei capelli, un vestito più scialbo. Non le interessa il look ma il feeling che si trasmette. E io come attrice mi sono sentita così, completamente al sicuro”.

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