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Home » Economia » Grecia, il braccio di ferro su surplus e bond e tre date chiave – Il Sole 24 Ore
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Questo articolo è stato pubblicato il 15 febbraio 2015 alle ore 10:12.
L’ultima modifica è del 15 febbraio 2015 alle ore 17:43.

Tre date sono stampate nella mente degli investitori internazionali: quella di domani, quando i ministri delle Finanze si rivedranno per l’Eurogruppo a Bruxelles, quella del 18 febbraio quando la Bce deciderà cosa fare con la linea di credito di emergenza (Ela) destinata alle banche greche, e quella di sabato 28 febbraio, giorno in cui scadrà il vecchio accordo con la Troika.

Se ci fossero brutte nuove, la fuga di capitali dalla banche greche che negli ultimi due mesi ha raggiunto i 19 miliardi di euro, riprenderebbe a galoppare mettendo in ginocchio il sistema creditizio ellenico e subito dopo la Borsa di Atene.

Le distanze tra i partner e la Grecia sono ancora lontane, ma Atene ha promesso al segretario al Tesoro americano, Jack Lew, di «fare tutto il possibile» per trovare un accordo, mentre Washington ha fatto a sua volta pressione sugli alleati europei perché non si allarghi la distanza negoziale in un momento già carico di tensioni perl’Europa.
Secondo il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, gli incontri del weekend dovranno verificare se «c’è un terreno comune tra l’attuale programma e quello del governo greco». In pratica si sta discutendo di verificare i punti in comune e quelli di disaccordo, per poi sottoporli domani all’esame dei ministri dell’Eurogruppo.

Atene vuole mandare a casa la troika, e negoziare qualcosa di diverso dal piano di austerità, che Syriza vuole lasciarsi alle spalle. Della rinegoziazione del debito, che viaggia a 315 miliardi di euro, pari a 175% del Pil, per ora i greci non ne parlano più.

Bisogna «rispettare il cambiamento in Grecia, e anche rispettare le regole europee», ha detto conciliante il ministro delle Finanze francese, Michel Sapin, ma la strada è in salita.
Effettivamente le posizioni sono distanti, anche sul linguaggio da usare nei comunicati. I greci vogliono un accordo ponte , ma il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha chiesto di usare invece il termine «estensione» del vecchio accordo, termine che i funzionari di Atene rifiutano a loro volta.

Syriza ha vinto le elezioni anticipate del 25 gennaio, proprio chiedendo una rottura con i precedenti accordi con i creditori internazionali e le politiche di austerità.
Atene propone di ridurre il surplus di bilancio dal 3 all’1,5% nel 2015 e dal 4,5 all’1,5% nel 2016, ma gli altri partner temono una deriva nei conti e il ritorno ai vecchi vizi di un tempo della finanza allegra che ha condotto il Paese nel baratro del default.

Poi c’è il problema del finanziamento per i prossimi due mesi: il governo greco chiede la possibilità di alzare di 8 miliardi il tetto di emissione di bond a tre mesi, oggi fissato a 15 miliardi di euro, e già esaurito. Sul punto la Ue, Fmi e Bce non hanno dato il “disco verde”, anzi la Bce ha cessato di accettare bond greci come collaterale.

Atene non cede e chiede che la Bce versi a sua volta nelle casse greche i profitti pari a 1,9 miliardi di euro di plusvalenze sull’acquisto dei titoli greci con l’Smp nella calda estate dell’euro del 2010, ma anche su questo non c’è intesa. Per ora la Bce ha aumentato a 65 miliardi i crediti dell’Ela, la linea di emergenza di cui si verificherà la fattibilità il 18 febbraio a Francoforte, altra data della corsa ad ostacoli per salvare Atene.

Il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis chiede di trasformare i prestiti bilaterali e dell’Efsf, oggi Esm, in bond legati alla crescita del Pil greco, e dimodificare i bond in mano alla Bce in obbligazioni perpetue, ma anche qui le distanze tra le parti sono lontane perché i partner fanno notare che le scadenze sono già molto lunghe e i tassi molto bassi.

Inoltre Atene ha chiesto di “rottamare” il 30% delle riforme contenute nel Memorandum approvate dal precedente governo Samaras, sostituendole con dieci nuove proposte concordate con l’Ocse. Restano i dubbi sulla reale capacità di implementare le riforme, da tempo varate dal Parlamento da parte del nuovo esecutivo.

Si parla anche di un provvedimento fiscale che possa tassare i capitali denetuti all’estero dai ricchi greci attraverso accordi bilaterali con una serie di paesi in questione e il pagamento di un quota dei patrimoni come sanzione.

Tsipras, inoltre, vuole abolire misure impopolari come l’Enfia, la tassa sulla proprietà immobiliare, in pratica l’Imu greca. Il premier greco nel discorso di insediamento, ha confermato l’abolizione dell’Enfia, che dovrebbe essere sostituita da una patrimoniale sulle grandi proprietà. Ma intanto questa promessa ha provocato un “buco” nelle casse dello Stato dove è stato versato un miliardo abbondante meno di quanto preventivato.
Le entrate sono state pari a 3,49 miliardi di euro contro l’obiettivo di 4,54 miliardi di euro. Chi metterà nuovi fondi per questo ammanco visto che secondo la Troika nel 2015 era già previsto un gap finanziario di 12,5 miliardi di euro? Senza contare le promesse di fornire elettricità gratis e buoni pasto per le famiglie bisognose e la reintroduzione della tredicesima mensilità per le pensioni minime, una promessa che vale un miliardi di euro di uscite supplementari.

Intanto nell’ultimo trimestre 2004, il Pil si è ridotto dello 0,2% contro una crescita prevista dello 0,4 per cento. È la prima “tegola” interna sul governo Tsipras.

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