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Home » Spettacoli » L’Italia di Berlinguer, trent’anni dopo – Corriere della Sera

C’è Pietro Ingrao, 99 anni, che esce forse per l’ultima volta dal suo lungo silenzio, dentro una Lacoste rossa di tre taglie più larga, per ricordare «quando arrivò il feretro da Padova, seguito da un corteo che non finiva mai». E ci sono i ragazzi del liceo Azuni di Sassari, lo stesso che frequentò lui negli anni del fascismo, i quali oggi non sanno chi fosse mai Enrico Berlinguer. C’è Gorbaciov, gonfio di cortisone, che racconta come il segretario del Pci fosse visto con sospetto a Mosca, e l’ex ambasciatore americano Gardner, che rievoca lo scetticismo con cui Washington accolse la sua apertura alla Nato. C’è Giorgio Napolitano, che si commuove pensando alla comunanza di ideali con un uomo da cui talora lo divise la visione politica, e il caposcorta Alberto Menichelli, che singhiozza raccontando i quindici anni passati «co’ n’omo eccezzzionale». Ma nulla, neanche la voce di Toni Servillo, l’evocazione di Pasolini, la colonna sonora di Danilo Rea e la canzone inedita di Gino Paoli Un addio, vale la testimonianza di Silvio Finesso, l’operaio della Galileo di Padova che con la sua cadenza veneta ricorda — straziato dal dolore ancora trent’anni dopo — l’agonia pubblica del capo dei comunisti italiani, tra la visita alla fabbrica e l’ultimo comizio: Berlinguer si interrompe mentre rivolge l’appello finale alla vigilia delle elezioni europee, beve un po’ d’acqua, si deterge con un fazzoletto, toglie e mette gli occhiali di continuo, riprende a parlare, beve ancora, si piega su se stesso, dalla piazza salgono grida allarmate — «se sente mal!», «poareto!», «basta!» —, lui riesce a finire il discorso che chiude la sua storia politica, la sua vita e anche la parabola del Pci.

Walter Veltroni ha incrociato due passioni della sua vita — il cinema e Berlinguer — e ha girato il suo primo film. Quando c’era Berlinguer è una pellicola senza politici, a parte il presidente della Repubblica e i testimoni da molti anni lontani dalla scena. Della generazione successiva non appare nessuno. Lo stesso autore si intravede appena, ventenne, al fianco della futura moglie Flavia Prisco, mentre riprende «con una cinepresa comprata dopo un 12 al Totocalcio» un comizio di Berlinguer.
Per il resto Veltroni ha girato solo in luoghi deserti. Il liceo Azuni (dove sono conservate le pessime pagelle del giovane Enrico, turbato dalla morte della madre: 5 in italiano, 4 in greco, 3 in latino). Il carcere di Sassari, dove passò cento giorni dopo la rivolta del pane del 1944 (e da dove scrisse, in una lettera sinora inedita, la sua prima professione di fede nella possibilità di far convivere comunismo e libertà). Il Palazzo dei Congressi di Mosca, dove nel 1977 Berlinguer rivendicò il valore della democrazia, ricambiato con l’applauso più breve, appena sette secondi. La spiaggia di Stintino, con l’«Oloturia», la sua piccola barca di legno, arenata sulla sabbia. E piazza San Giovanni, un immenso catino vuoto in bianco e nero che d’un tratto, con un forte impatto emotivo, si riempie delle immagini colorate del funerale (13 giugno 1984).
Gli storici discuteranno sulle rivelazioni di alcuni testimoni. Aldo Tortorella, oltre a confermare che dopo lo scontro con Zhivkov il regime bulgaro tentò di assassinare Berlinguer, sostiene che in Polonia cercarono di uccidere Giancarlo Pajetta. Claudio Signorile racconta che Aldo Moro «si era fatto personalmente garante» con il segretario del Pci che nel novembre 1978 il monocolore democristiano sarebbe stato sostituito da un governo composto da tutti i partiti del compromesso storico. Bianca Berlinguer riferisce che, nei giorni del rapimento Moro, il padre disse in casa: «Se succederà a me, non si dovrà aprire una trattativa con i terroristi. Se anche io vi scrivessi per chiederla, voi seguirete la volontà che vi esprimo oggi da uomo libero».

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Quando c?era Berlinguer

Ma per gli spettatori la chiave del film è in una domanda: com’è possibile che nel 1976 oltre un italiano su tre abbia votato comunista? In parte è lo stesso Berlinguer a fornire una risposta, quando in una tribuna politica spiega di voler rispettare la proprietà e l’iniziativa privata, senza espandere la sfera dell’economia pubblica «che è già fin troppo sviluppata». Un’altra spiegazione viene dal celebre monologo di Gaber Qualcuno era comunista. Ma è imprevedibilmente Jovanotti — figlio di un gendarme vaticano — a dire che «in Italia la parola “comunista” è Berlinguer, ed è una parola che per questo non mi ha mai fatto paura».
Il film ricostruisce la genesi del compromesso storico, con il golpe del Cile e l’escalation terrorista. Addita una convergenza di interessi tra piduisti e brigatisti per eliminare Moro e con lui la politica della solidarietà nazionale. Racchiude in poche parole gli errori e l’irrigidimento degli ultimi anni del leader al tramonto. Ma restituisce diffusamente l’impatto emotivo della sua morte sui militanti e sul Paese: le immagini — davanti a cui è difficile non commuoversi — del dolore delle persone semplici, in particolare delle donne anziane; il picchetto dei registi — Antonioni, Fellini, Pontecorvo, Maselli, Scola, Rosi — e quello degli attori — Mastroianni, Giovanna Ralli, Monica Vitti — attorno al feretro; il commiato di Sandro Pertini. La citazione finale di Natalia Ginzburg aiuta a capire per quale motivo, al tempo del massimo discredito della politica, Sky produca (e porti nelle sale) un film su un leader politico scomparso trent’anni fa: con Berlinguer molti italiani «avevano un rapporto personale, fiducioso e confidenziale», anche se si erano «limitati ad ascoltarlo nella folla d’una piazza».

19 marzo 2014 | 15:34

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