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Home » Uncategorized » Quei giovani in redazione sognavano la giustizia con Pippo Fava – Antimafia Duemila

fava-manifesto-sicilianidi Giovanni Bianconi – 4 gennaio 2014
Roma. Il consigliere istruttore di Palermo Rocco Chinnici era saltato in aria cinque mesi prima, il 29 luglio 1983. Il 28 dicembre Giuseppe «Pippo» Fava, direttore del mensile I Siciliani, comparve in tv, intervistato da Enzo Biagi, e disse: «Si sta facendo un’enorme confusione sul problema della mafia… I fratelli Greco, accusati dell’omicidio del giudice Chinnici, sono degli scassapagghiari, delinquenti da tre soldi. I mafiosi veri stanno in ben altri luoghi, in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, a volte sono banchieri, sono quelli ai vertici della nazione… La mafia gode di una tale impunità da essere diventata perfino tracotante».
Lanciò anche altre accuse il giornalista e drammaturgo catanese, seduto accanto a un giovane Nando dalla Chiesa, snocciolando indizi sulle relazioni istituzionali di Cosa Nostra ancora non svelati dalle indagini; Giovanni Falcone, per dire, cominciò a istruire il maxi-processo solo qualche mese più tardi. Nel frattempo, ad appena una settimana da quella pubblica denuncia, Fava venne assassinato.
Accadde il 5 gennaio 1984, in una strada di Catania. Trent’anni fa. E guardando la docu-fiction «I ragazzi di Pippo Fava» (in onda domani su Raitre, alle 21.30) si ha la netta sensazione che l’intervista a Enzo Biagi fu la goccia che fece traboccare il vaso della pazienza mafiosa. Lo dice, nel film, uno dei giovani redattori de I Siciliani : «Per la prima volta qualcuno ha detto che la mafia è a Roma, nei palazzi del potere. Questa se la segnano, ce la faranno pagare».
Per come erano abituati, i boss catanesi (e non solo loro) avevano tollerato fin troppo le denunce di quell’intellettuale scravattato, spalleggiato da un manipolo di ventenni. Denunce e notizie che facevano molto rumore: «È un paradosso, ma bastava uscire una volta al mese per rompere il sistema del silenzio; vuol dire che negli altri ventinove giorni nessuno faceva il proprio mestiere», racconta Antonio Roccuzzo, giornalista e sceneggiatore della docu-fiction con Gualtiero Peirce, nonché autore del libro «Mentre l’orchestrina suonava Gelosia» da cui è tratto il film.
Roccuzzo faceva parte de I Siciliani insieme al figlio di Fava, Claudio, oggi deputato, e altri ancora. Un gruppo di «carusi», come si chiamano i ragazzi sull’isola, improvvisamente divenuti adulti e orfani con i cinque colpi di pistola che uccisero il loro direttore. Uno che smascherava compromessi e ipocrisie di una città «immobile nella melma», le collusioni tra mafia e potere e il quieto vivere a cui dà volto e voce l’efficace interpretazione di Leo Gullotta. Prototipo di una città dove, spiegava Pippo Fava, «non c’è il bianco e il nero, ma tutto è grigio. Grigio fango». Fango che una sera di trent’anni fa si tramutò in piombo. 

Tratto da: Corriere della Sera del 4 Gennaio 2014


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