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Home » Spettacoli » Skarmeta racconta Gabo – Il Messaggero

Se chiedi ad Antonio Skarmeta, lo scrittore cileno autore de Il postino di Neruda (Garzanti, 1985, titolo originale Ardiente paciencia o El cartero de Neruda, libro dal quale Massimo Troisi trasse il famoso film Il postino, con Maria Grazia Cucinotta) quale sia il primo fascino di Gabriel García Márquez, non esita: «Ha scritto nel nostro continente, l’America Latina, con una tale gioia di raccontare, da abbagliare e sedurre in un attimo milioni e milioni di lettori. Don Antonio, classe 1940, è addolorato. Si commuove, lui che di lotte ne ha affrontate tante. Lui che, anche giornalista e diplomatico, è stato ambasciatore del suo Paese, dal 2000 al 2003, nella nuova Berlino. La sua ultima opera pubblicata in Italia è I giorni dell’arcobaleno (Los días del arcoíris, scritta e uscita in Latino America nel 2011 e diffusa da noi, per le edizioni Einaudi, nel 2013).
Don Antonio, per definire Gabo in un modo più strettamente letterario, che parole userebbe?
«Il suo talento ha un passo che assomiglia molto a quello dei grandi scrittori e drammaturghi del Siglo de Oro spagnolo. Gabo ha deciso che il mondo era un’avventura che doveva essere narrata. A qualsiasi costo. E parte di una simile epopea è stata per lui la capacità di innamorarsi della fantasia che racconta le meraviglie della realtà».
Dunque non solo uno scrittore e un giornalista, bensì un artista a largo raggio. L’invenzione innanzitutto. E la purezza.
«Invenzione, purezza. E potenza, fede in un’utopia. La potenza della narrativa di Gabo non è mai stata inquinata da giudizi negativi sul mondo o sulla gente che lo popola. Gabo non si è mai posto la domanda: “Il romanzo è morto?”. Non ha mai avuto questo sospetto, nonostante gli “alchimisti” del tempo proclamassero questo assioma e invitassero a congelare la scrittura a una temperatura sotto zero».
Nella lingua originale, lo spagnolo sudamericano, Marquez sfoggia anche un grande sound…
«È vero. Aveva una visione sinfonica della scrittura. Per ogni paragrafo otteneva una sonorità che faceva lo stesso effetto di una danza irresistibile. Questo ha aiutato il suo narrare a inglobare tutto: l’umile realtà di un villaggio, l’epica delle lotte politiche, i miracoli e le allucinazioni, le trasfigurazioni del corpo e dell’anima. Un esempio? Per quale motivo gli abitanti di Macondo dobrebbero fare attenzione agli aerei sopra di loro, quando hanno già tutti volato sui tappeti?».
Gli universi delle origini, ancestrali e magici, contro il razionalismo esasperato della scienza e della tecnica oggi imperanti.
«García Márquez si è preso gioco come ha voluto di questa nostra epoca, inzuppata di tecnica e di superintellettualismi. Ci ha regalato la grazia di un mondo rurale e primordiale al quale nessuno aveva dato un nome e l’ha portata a vette eccelse di emozione e di stravaganza. Sul transatlantico della sua voce poderosa, i naufraghi di piccole piroghe sono approdati in ogni parte del pianeta».
Garcìa Márquez in una ricetta?
«È stato un maestro che, usando una giusta miscela di compassione, tenerezza e humour, ci ha divertito ed emozionato. Anzi, ci diverte e ci emoziona. Lo ha sempre fatto e mai smetterà di farlo, così attento alle peripezie, fatali o improvvise, del suo emblematico villaggio».
Una scelta estetica e letteraria che ha ottenuto di proiettare nell’eternità l’immaginario latinoamericano.
«Non solo. Ha fissato e reso eterna anche la realtà magmatica e sfuggente in cui viviamo, la profonda poesia del nostro continente che, a ben guardare, è ancora più grande e soprendente di quanto Márquez abbia pensato e scritto».


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